domenica 18 luglio 2010

A lei basta il rumore del mare


Sembra indifesa, ma è esplosiva. Tutti si chiedono da chi abbia preso.

Quando hai bisogno di lei, c’è sempre un sorriso pronto ad attenderti e mai noia o amarezza nelle sue parole.

La sua vita non è facile, affatto. È come un labirinto di cui solo lei possiede la mappa, ma per uscirne il cammino è troppo lungo. Ogni giorno, al risveglio lei lo sa. La sua giornata trascorrerà a rincorrere gli altri e a curarli.

Crede sia troppo egoistico e vanitoso pensare a qualcosa fatto per sé, solo per sé. Così pensa agli altri, si impegna con tutte le forze per farli stare bene.

Ma alla fine cosa resta?... Nulla, vuoto e silenzio.

È una storia triste la sua, ma per non rendere grigi gli altri lei dissimula e nasconde. Permette di entrare nei suoi pensieri solo a chi ha gli occhi per osservare e le orecchie per ascoltare davvero. E per questo mi sento privilegiata e importante per qualcuno, perché ho l’onore di intrufolarmi nella sua mente e il dovere di dissolvere la grande nuvola buia che inquina i suoi sogni. O per lo meno di provarci.

Noi lo sappiamo. Lei vola solamente con il rumore del mare nelle orecchie. Noi lo sappiamo.

È una storia triste la sua, ma noi siamo qui per cambiare il finale, solo per questo.

Promise.

venerdì 16 luglio 2010


Ricordo

La condensa sul vetro che mi separava da te,

La tua figura confusa e informe illuminata dalla luce tremante

La doccia più lunga della storia

L’acqua scorreva forte ma noi sentivamo solo il nostro respiro

Ricordo che per quel sapore così nuovo che sentivamo,

Così sconosciuto e terrificante

Ma incredibilmente irresistibile,

Tremavo e anche tu, ne sono certa, come la luce della candela quasi finita

La cenere cadeva dalle tue mani, lenta e il fumo fluttuava nell’aria condensata

Tu fumavi e mi guardavi

E credevamo nel destino.

giovedì 15 luglio 2010

Il bubulìo del gufo


É rimasto tutto immobile, come l’avevamo lasciato noi e come l’avevano lasciato i nostri ricordi. Il letto sfatto, il latte in frigo. L’androne dell’ingresso è buoi, completamente. Ma la memoria ancora non mi abbandona.Tre passi, destra, gradino.

Sulle scale l’odore di polvere invade i pensieri che diventano polverosi anche, come le tende sulla grande finestra. Quanta gente deve avere corse su questi gradini per consumarli così tanto. E la ringhiera di ferro traballa, ad ogni passo.

Qui ancora destra, prima porta. La luce che passa dalle imposte rende il profilo dei mobili indistinguibile e angusto. Un comodino, una abat-jour. Un libro, la testiera del letto. Il letto sfatto. Qui avevamo dormito, separati. E quasi non conta più il sole che filtra delle persiane e trasforma la poltrona ricoperta di vestiti in un mostro immaginario pronto a portarci via.

Cambio stanza. La porta cigola, è difettosa, si incastra e non vuole farmi entrare. Ora il sole invade la stanza. Il letto singolo, un quadro, due poltrone coperte da un lenzuolo, bianco, come nei film. Altra stanza, altra porta.

Tutto immobile. Come l’avevamo lasciato.

Il salotto al piano di sotto ha un altro profumo. È umido, quasi di cantina. Ricorda quando si è piccoli, perché quell’odore ricorda a chiunque quando si è piccoli. E tornare qui è come tornare davvero indietro nel tempo. Indietro nella propria vita e nei secoli, fino all’ 800. Ma non mille ottocento, ottocento e basta. Camminando tra i corridoi si possono sentire le voci dei cortigiani e il bubulìo dei gufi nella notte. In cucina il tavolo di marmo sembra un’istituzione in questa casa. Era una ghiacciaia, lo si capisce dalla finestra a mezzaluna in altro sulla parete. Il latte in frigo. Un frigorifero nuovo di pacca, quasi stona ma la modernità, strano ma vero, è arrivata anche qui.

Per uscire bisogna passare da una porticina antica secoli. Campanella, altro segno di inquietudine di questa casa. Tre gradini. Altro atrio e un portone di legno separa la quiete, il buio, il silenzio della casa dall’invasione di sole e di natura del giardino. Il glicine con il suo battaglione di api che ronzano indifferenti e incoscienti di quello che succede pochi metri più in là. I cani sfiniti dal caldo sono accasciati all’ombra, nascosti sotto un albero. Gli irrigatori creano degli arcobaleni sotto il loro getto.

Non riesco a finire il pensiero e a fare un altro passo che mi si getta addosso Fede, muovendosi come Rambo, con un super liquidator in mano carico fino all’orlo di acqua. Cerco di nascondermi credendo di essere il suo obbiettivo. Non è così, anzi quasi mi snobba. Cerco meglio, stringo gli occhi accecati dal sole intenso delle sei post meridiane in cerca della futura vittima. Eccola! Ale striscia per terra, corre da un cespuglio ad un altro, si mimetizza dietro i tronchi. Sembrano due bambini. Mentre cerco di avvicinarmi allo spiazzo per raggiungere gli altri, Lore mi sfreccia davanti con una bicicletta tutta sgarrupata, senza freni, forcelle storte e il sellino di marmo. Per nulla comoda. Lo schivo e corro via. La carbonella è già accesa e le griglia si sta scaldando. Odo è già completamente fradicio di sudore. Lui è il proprietario di casa e da bravo ospitante pretende collaborazione ma ci tratta come regine e re. Mangia per ultimo, ma a lui basta averci attorno. Nulla di più. Chiara cerca da sfuggire alla mira impeccabile di Andre che la tortura con una pistolina ad acqua, mentre Silvietta sfugge ad un altro attacco quello di Leo, il fotografo daltonico. Credo che lo aiuti a pensare e a vedere il mondo con altri occhi.

“Giuli!”, urla Eli con un vassoio pieno di anguria. Le corro in contro, per quanto possa sembrare gracile e fuori dal mondo, risulta essere l’esatto opposto dopo averla conosciuta meglio. Deo è già a petto nudo, divorato anche lui dal caldo afoso e aiuta Odo nella preparazione. Sul tavolo brocche di spritz e Jack e coca, sigarette. Musica, amici. Qui è dove voglio stare. Qui è con chi sto bene. Per me staremo sempre qui, fermi nel tempo.